2. Il sogno più greve
Non c'è sogno più intenso di quello che fai nel treno. Non è come il sogno di casa, tutto roseo e sfocato, lontano anche se tanto vicino al tuo pensiero ardente. È il sogno del treno: vicino alla meta, impaziente, ma anche terrorizzato. Incubo e sogno insieme, in realtà. E così, mentre Trent scorreva come diapositive i paesaggi verdi e gli incendi qua e là, la gente impegnata nelle attività più svariate ed anche gli edifici, il sogno si faceva pesante. Sullo stomaco: il sogno era lì. Sul sedile accanto, sul passeggero stanco che si reggeva alla maniglia. Sul bambino che si lamenta, il sogno è lì, diviso tra la via vecchia e quella nuova, e Trent non vedeva l'ora che finisse.
Come vecchie cianfrusaglie, i ricordi della vita che lasciava si stabilivano senza muoversi nella sua testa, pronti a riempirsi di polvere. Ma c'erano, e li si poteva tirar fuori quando si voleva; e il sogno del treno è proprio quello che più facilmente sa cercare e mettere tutto sottosopra.
Dietro di Trent, con la schiena contro la sua, c'era un ragazzo dai capelli ricci e biondi, e gli occhi azzurri, e il pizzetto, e le mani grandi. Stava usando un pc portatile – anzi no, un Macbook. Non che Trent lo vedesse; ma poteva sentire, in sottofondo, il ticchettio delle dita sui tasti. Finché se ne accorse. Se ne accorse e il sogno si fece meno teso; il rumore e la curiosità fecero un patto di solidarietà. Piccolo Trent, lo sguardo scuro e brillante che girava, sbirciò tra i due poggiatesta. E vide le mani, la carnagione chiara che reggeva qualche pelo, le dita lunghe e diritte, tranne un mignolo un po' ricurvo all'interno. Batteva almeno 6 tasti al secondo; e all'angolo dell'occhio di Trent qualche ricciolo biondo spuntava ribelle.

autore: VessielGavar
pubblicato alle 22:09 di lunedì, 06 novembre 2006
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1. Non castratemi adesso
C’era un grosso fardello che Trent si sarebbe portato in quella città lontana. Già si vedeva, nelle giornate fredde d’inverno, vagare avvolto in una sciarpa, memore delle sue esperienze sentimentali poco riuscite. E insieme, restio a provare esperienze nuove. La verginità lo bloccava, il fatto di non aver cominciato gli impediva di cominciare. Quando qualcuno cercava sesso, Piccolo Trent finiva per rifiutare, anche quando per la voglia gli tremavano le mani. Già si pensava, solo in qualche posto a maledire – ancora, quando avrebbe dovuto dimenticarlo – il posto in cui era cresciuto. Maledetta provincia del cazzo, pensò.
Quando invece Trent si innamorava, o provava a stare con qualcuno, non c’era mai il tempo di arrivare al dunque. Si sentiva l’unico vergine di questa Terra, e ogni volta che ci riprovava si vedeva riconfermato il suo destino: i suoi attributi sarebbero stati cremati – perché a lui i cimiteri non piacciono, e aveva già informato tutti della fine che voleva fare da morto – senza aver mai assecondato quell’inerzia che li accompagna, naturalmente, dalla nascita. Quell’inerzia che li spinge, dapprima non si sa dove, quell’inerzia che poi si sviluppa, nasce, muore, ritorna. Quell’inerzia che li spinge, non si sa sempre dove, ma li spinge.
Era stato sul punto di farlo con Amelia. Ma era così spaventato, così timoroso che il suo corpo non fosse fatto per abbracciare quello di un’altra donna, che nella stoffa delle mutande nulla si spostò di un solo millimetro. Amelia si era scostata al suo solito, abbassando gli occhi più in basso di quanto già li tenesse, ma cambiandone il tono. Servire ai tavoli, pensò, questa è la mia massima aspirazione; e innamorarmi di un ragazzo impotente – subito balzava a conclusioni apocalittiche, Amelia. Perché la gente decida di buttarsi non giù, ma sotto strati di humus proprio, non si capisce. Piccolo Trent, può capitare, bisognava dire; Piccolo Trent, riproveremo la prossima volta. E invece tacque. Come se la sua bocca fosse un soprammobile.
Tutto questo però, nella vita provinciale di Trent e Amelia, era ordinaria tolleranza. Adesso all'orizzonte c'erano dolci tramonti nascosti da costruzioni alte. E bisognava arrivarci senza le catene fredde e frigide della purezza. Quelle stesse catene che proteggono il cuore di un paesano dalla follia, castrano la libertà cittadina. E castravano, con la dolcezza di un ago nel cuore, i sogni underground di Piccolo Trent.

continua

autore: VessielGavar
pubblicato alle 01:19 di giovedì, 21 settembre 2006
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Capitolo Zero
Schegge deboli di sole cadevano nel caldo libero di fine agosto mentre qualcuno celebrava un dissimulato addio. Amelia passò un dito sulla faccia di Piccolo Trent tracciando un solco nello strato nero che si era accumulato pulendo il fondo della pentola in cui avevano messo a far bollire la conserva. Trent sorrise con un angolo della bocca, poi le afferrò il polso con dolcezza, e le riportò la mano al seno. Amelia abbassò lo sguardo sulle ginocchia poggiate al cemento sporco, passando per il suo petto inosservato.
Sei bella, disse lui. I capelli neri le cadevano lisci sulla spalla, mentre dall’altro lato si raccoglievano – disordinati – verso la schiena.
Anche tu, rispose senza guardarlo. Lui si alzò lasciandole il resto del lavoro, diretto in camera sua. Salendo i gradini di cemento che portavano alla casa cadde sulla schiena. Il suo pantaloncino si squarciò lasciando intravedere la pelle imberbe del sedere. Un po’ di sangue uscì da una piccola ferita e, mentre il suo cuore batteva e i suoi occhi si sbarravano pensando che tra un poco la sua vita non sarebbe stata più la stessa, tenne stretti i lembi dello squarcio come per rammendarli, poi, quando arrivò in camera, li levò.
Trent aveva i capelli neri e gli occhi marroni. Di quel castano bello, intenso, che brilla lasciando immaginare di estendersi in profondità. Le mani grandi con cui aveva suonato il piano per quasi venti anni sfioravano i fianchi snelli mentre sollevava una gamba per sfilarsi i bermuda. Poi ficcò le braccia sotto la t-shirt e la buttò dietro di sé, e guardò nella valigia vuota. Il suo sguardo tracciava due linee rette. Un fremito gli percorse la schiena abbronzata, poi si sedette sul letto, accanto alla valigia. E aspettò che quello strano torpore che stava prendendogli il corpo cedesse il passo a una frettolosa sensazione di attesa e aspettativa. Tese le braccia indietro appoggiandole al letto, tirò un sospiro, poi si sdraiò con un sorriso accennato. Con una mano sulla paura e una sull’eccitazione, Trent cominciò a pronunciare qualche nota.

continua

autore: VessielGavar
pubblicato alle 20:22 di martedì, 05 settembre 2006
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Capitolo Zero
1. Non castratemi adesso
2. Il sogno più greve

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